Sportello Unico per l'Edilizia

Comune di Oliveto Citra (SA)

Autore: Ulderico Iannece (page 1 of 27)

Le modifiche al testo unico dell’edilizia DPR n. 380/2001 apportate dal Decreto Legge n. 32/2019 (cosiddetto: Sblocca Cantieri)

l decreto legge interviene con modifiche ad alcuni articoli del testo unico dell’edilizia con il fine di semplificare le procedure ed abbreviare i tempi per la realizzazione dei lavori per le costruzioni in zona sismica e per favorire la rigenerazione, recupero e razionalizzazione del patrimonio edilizio, anche dismesso.

Come sintesi, nel particolare prevede con modifiche ed integrazioni ai seguenti articoli:

RECUPERO PATRIMONIO EDILIZIO
Art. 2-bis. – (Deroghe in materia di limiti di distanza tra fabbricati) – (Modifiche portate dall’art. 5, c. 1, D. L. n. 32/19 – Norme in materia di rigenerazione urbana)
Si riferisce principalmente alla materia già disciplinata dal DM n. 1444/1968 , riguardante la distanza fra fabbricati, l’altezza, i limiti di densità edilizia, nonché le regole sugli spazi e attrezzature ed aree per i servizi collettivi e deroghe (agli standard urbanistici) negli ambiti urbani consolidati del proprio territorio.
Sancisce un concetto importante, non più la facoltà di introdurre deroghe al citato decreto del 1968, ma un obbligo per tutte le regioni (anche speciali) di legiferare (o regolamentare) al riguardo apportando le modificazioni indicate, per consentire ai comuni di intervenire sugli strumenti urbanistici, o di attuazione.
Non viene però precisato la scadenza in cui le stesse regioni possono intervenire.
Stabilisce altresì che: nel caso di un “intervento di demolizione e ricostruzione, quest’ultima è comunque consentita nel rispetto delle distanze legittimamente preesistenti  purché sia effettuata assicurando la coincidenza dell’area di sedime e del volume dell’edificio ricostruito con quello demolito, nei limiti dell’altezza massima di quest’ultimo”.
Ne deriva che tutti i limiti sopra indicati, sono comunque vincolanti e forse potrà risultare difficoltoso il recupero di edifici abbandonati.

SEMPLIFICAZIONI AMMINISTRATIVE PER INTERVENTI EDILIZI IN ZONE SISMICHE
Art. 65 – (Denuncia dei lavori di realizzazione e relazione a struttura ultimata di opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso ed a struttura metallica) – (Modifiche portate dall’art. 3, D.L. n. 32/19 – Disposizioni in materia di semplificazione della disciplina degli interventi strutturali in zone sismiche)
Le modifiche riguardano la procedura, ovvero l’iter amministrativo riguardante l’intervento edilizio per tale tipologia di costruzione.
Nello specifico:
L’obbligo del costruttore, prima dell’inizio dei lavori, di denunciare allo Sportello unico per l’edilizia, “le opere realizzate con materiali e sistemi costruttivi disciplinati dalle norme tecniche in vigore”. ( Ovvero in conformità quindi alle Norme Tecniche per le Costruzioni) – (Comma 1)
Con allegato:
Il progetto dell’opera firmato dal progettista (non più in triplice copia), ecc.; (comma 3/a)
Una relazione illustrativa firmata dal progettista e dal direttore dei lavori, (non più in triplice copia), dalla quale risultino le caratteristiche, ecc. (comma 3/b)
Lo sportello unico rilascia al costruttore, all’atto stesso della presentazione, l’attestazione [3] dell’avvenuto deposito , (solo l’attestazione, non più anche il progetto). (Comma 4)
Obbligo del direttore dei lavori, ultimate le parti della costruzione (non più a strutture ultimate), che incidono sulla stabilità della stessa di depositare, entro 60 giorni, allo Sportello unico per l’edilizia, (non più in triplice copia), una relazione sull’adempimento degli obblighi con allegato: (Comma 6)
I certificati delle prove sui materiali impiegati.
Per le opere in conglomerato armato precompresso, ogni indicazione inerente alla tesatura dei cavi ed ai sistemi di messa in coazione.
L’esito delle eventuali prove di carico, allegando le copie dei relativi verbali firmate per copia conforme.
Esclusione
Non vi è più l’obbligo per il direttore dei lavori, ultimate le parti della costruzione di depositare, entro 60 giorni, allo Sportello unico per l’edilizia una relazione, nel caso interventi di minore o privi di rilevanza, per le riparazioni e gli interventi locali che non costituiscono pericolo.
In altre parole nel particolare l’adempimento è escluso nei casi previsti da: (nuovo art.94-bis)
– c. 1 lettera b/2 (interventi di “minore rilevanza” nei riguardi della pubblica incolumità):
Le riparazioni e gli interventi locali sulle costruzioni esistenti.
– c. 1 lettera c/1. ( Interventi “privi di rilevanza” nei riguardi della pubblica incolumità):
Gli interventi che, per loro caratteristiche intrinseche e per destinazione d’uso, non costituiscono pericolo per la pubblica incolumità .
– Lo sportello unico rilascia al direttore dei lavori, all’atto della presentazione della relazione riguardante l’ultimazione delle parti che incidono sulla stabilità della stessa costruzione, l’attestazione dell’avvenuto deposito, (su una copia della stessa relazione) e provvede a trasmettere la medesima al competente ufficio tecnico regionale . (Che, ora riguardo all’intervento edilizio, è la prima comunicazione che riceve) (Comma 7)
Art. 67 – (Collaudo statico ) – (Modifiche portate dall’art. 3, D.L. n. 32/19 – Disposizioni in materia di semplificazione della disciplina degli interventi strutturali in zone sismiche)
Stabilisce che, per gli interventi di minore o privi di rilevanza riguardanti la pubblica incolumità, il certificato di collaudo è sostituito dalladichiarazione di regolare esecuzione (di conformità) predisposta dal direttore dei lavori. (In questo caso quest’ultimo non consegna più al collaudatore la relazione e la documentazione prevista, ecc.)
Nel particolare come indicato dal nuovo art. 94-bis, non è più previsto il certificato di collaudo nelle già citate seguenti ipotesi:
– c. 1 lettera b/2 (interventi di “minore rilevanza” nei riguardi della pubblica incolumità):
Le riparazioni e gli interventi locali sulle costruzioni esistenti.
– c. 1 lettera c/1 ( Interventi “privi di rilevanza” nei riguardi della pubblica incolumità):
Gli interventi che, per loro caratteristiche intrinseche e per destinazione d’uso, non costituiscono pericolo per la pubblica incolumità.
Art. 93 – (Denuncia dei lavori e presentazione dei progetti di costruzioni in zone sismich e) – (Modifiche portate dall’art. 3, D.L. n. 32/19 – Disposizioni in materia di semplificazione della disciplina degli interventi strutturali in zone sismiche)
Interviene sulle caratteristiche del progetto e denuncia:
Nello specifico:
Comma 3. “Il contenuto minimo del progetto è determinato dal competente ufficio tecnico della regione. In ogni caso il progetto deve essere esauriente per planimetria, piante, prospetti e sezioni, relazione tecnica, e dagli altri elaborati previsti dalle norme tecniche”. (Toglie la specifica degli elaborati tecnici da presentare).
Comma 4. “I progetti relativi ai lavori di cui al presente articolo sono accompagnati da una dichiarazione del progettista che asseveri il rispetto delle norme tecniche per le costruzioni e la coerenza tra il progetto esecutivo riguardante le strutture e quello architettonico, nonché il rispetto delle eventuali prescrizioni sismiche contenute negli strumenti di pianificazione urbanistica”. (Il progetto deve essere accompagnato da una asseverazione del progettista circa la conformità delle opere alle norme tecniche e agli strumenti urbanistici. Non prevede più l’obbligo di allegare una relazione sui criteri e scelta della fondazione, i calcoli riguardanti il terreno, ecc.).
Comma 5. “Per tutti gli interventi il preavviso scritto (denuncia dei lavori da realizzare nelle zone sismiche con il contestuale deposito del progetto e dell’asseverazione di cui al comma 4, è valido anche agli effetti della denuncia dei lavori di cui all’art. 65”. (Questi adempimenti sostituiscono quelli già previsti dal citato art. 65 e sono validi anche agli effetti della denuncia dei lavori per opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso ed a struttura metallica).
Il decreto introduce altresì nel testo unico dell’edilizia un nuovo articolo:
Art. 94/bis – (Disciplina degli interventi strutturali in zone sismiche) – (Articolo introdotto dall’art. 3, D.L. n. 32/19 – Disposizioni in materia di semplificazione della disciplina degli interventi strutturali in zone sismiche)
L’articolo individua ai fini dell’applicazione delle norme previste dalla parte seconda del testo unico, nel rispetto degli art. 52 e 83 , dai capi:
I – Disposizioni di carattere generale.
II – Disciplina delle opere in conglomerato cementizio armato, normale e precompresso e a struttura metallica.
IV – Provvedimenti per le costruzioni con particolari prescrizioni per le zone sismiche.
Introduce la suddivisione delle caratteristiche degli interventi edilizi in ordine sismico: (Comma 1)
a) interventi “rilevanti” nei riguardi della pubblica incolumità:
1) gli interventi di adeguamento o miglioramento sismico di costruzioni esistenti nelle località sismiche ad alta sismicità (Zona 1 [ , e Zona 2  );
2) le nuove costruzioni che si discostino dalle usuali tipologie o che per la loro particolare complessità strutturale richiedano più articolate calcolazioni e verifiche;
3) gli interventi relativi ad edifici di interesse strategico e alle opere infrastrutturali la cui funzionalità durante gli eventi sismici assume rilievo fondamentale per le finalità di protezione civile, nonché relativi agli edifici e alle opere infrastrutturali che possono assumere rilevanza in relazione alle conseguenze di un loro eventuale collasso;
(Interventi soggetti al Permesso di costruire/SCIA super, in alternativa al Permesso, o propria)
b) interventi di “minore rilevanza” nei riguardi della pubblica incolumità:
1) gli interventi di adeguamento o miglioramento sismico di costruzioni esistenti nelle
località sismiche a media sismicità (Zona 3 );
2) le riparazioni e gli interventi locali sulle costruzioni esistenti;
3) le nuove costruzioni che non rientrano nella fattispecie di cui alla lettera a), n. 2 );
(Interventi soggetti al Permesso di costruire/SCIA super/normale, esclusa la CILA)
c) interventi “privi di rilevanza” nei riguardi della pubblica incolumità:
1) gli interventi che, per loro caratteristiche intrinseche e per destinazione d’uso, non costituiscono pericolo per la pubblica incolumità.
(Interventi soggetti a CIL/CILA o liberi)
Linee guida (Comma 2)
Il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, d’intesa con la Conferenza Unificata definisce le linee guida per l’individuazione, dal punto di vista strutturale, degli interventi nonché delle varianti di carattere non sostanziale per le quali non occorre il preavviso di cui all’art. 93. (Non è specificato la tempistica dell’emanazione dell’atto).
In attesa di tale indirizzo, le regioni possono comunque dotarsi di specifiche elencazioni degli interventi o confermare le disposizioni vigenti. (Nel rispetto della presente normativa, già in vigore).
Varianti in corso d’opera
Sempre il citato Ministero deve prevedere, d’intesa con la Conferenza Unificata, l’individuazione delle varianti in corso d’opera non sostanziali (non essenziali, ovvero parzialmente difformi al progetto approvato) per le quali non occorre il preavviso scritto allo sportello unico di cui all’art. 93. (Oltre a quello già presentato)
Inizio lavori per interventi edilizi “rilevanti” (Comma 3)
Fermo restando l’obbligo del titolo abilitativo all’intervento edilizio, (Permesso di costruire/SCIA super, in alternativa al Permesso o propria), non si possono iniziare lavori relativi ad interventi “rilevanti”, (c. 1/a) dal punto di vista sismico, senza la preventiva autorizzazione scritta del competente ufficio tecnico della regione .
Inizio lavori per interventi edilizi “di minore rilevanza” (Comma 4)
Fermo restando l’obbligo del titolo abilitativo all’intervento edilizio, (Permesso di costruire/SCIA super/normale, esclusa la CILA/CIL), non è richiesta la citata autorizzazione per lavori relativi ad interventi di “minore rilevanza”, (c. 1/b ) .
Inizio lavori per interventi edilizi “privi di rilevanza” (Comma 4)
Fermo restando l’obbligo del titolo abilitativo, se previsto, all’intervento edilizio, (SCIA normale/CILA/CIL), non è richiesta l’autorizzazione regionale di cui sopra per lavori relativi ad interventi “privi di rilevanza”, (c. 1/c ).
Inizio lavori per interventi edilizi rientranti “nell’attività edilizia libera”
Le opere e gli interventi edilizi rientranti nell’attività edilizia libera di cui al glossario unico , corrispondenti a quelli privi di rilevanza sismica non abbisognano di particolari adempimenti relativamente alla normativa in oggetto.
Attività che però deve essere realizzata nel rispetto della normativa edilizia .
Inizio lavori per interventi edilizi rientranti “nell’attività edilizia libera”, in area protetta dal punto di vista paesaggistico
Le opere e gli interventi edilizi rientranti nell’attività edilizia libera di cui al suddetto glossario unico, effettuati in aree protette con vincolo paesaggistico , corrispondenti a quelli privi di rilevanza sismica non sono soggetti ad autorizzazione paesaggistica semplificata e non abbisognano di particolari adempimenti, sempre relativamente alla legislazione in parola.
Se l’adeguamento o miglioramento, al fine antisismico comporta modifiche alle caratteristiche morfo tipologiche, ai materiali di finitura o di rivestimento, o alla volumetria e all’altezza dell’edificio, è necessaria la suddetta autorizzazione semplificata.
Cosa cambia per lo Sportello unico per l’edilizia
Sono destinati a questo ufficio il controllo, l’osservanza e l’adempimento del nuovo iter amministrativo che prevede la novella disciplina.
Nel particolare, a grandi linee:
Art. 65, c. 1 – La denuncia iniziale per opere in cemento armato, ecc., che ricevono dal costruttore non devono essere trasmesse al competente ufficio tecnico regionale.
Art. 65, c. 3 – Il progetto dell’opera firmato dal progettista non deve essere in triplice copia.
Art. 65, c. 4 – Lo Sportello rilascia al costruttore, all’atto stesso della presentazione, l’attestazione di avvenuto deposito, senza allegare copia del progetto.
Art. 65, c. 6 – Il direttore dei lavori, ultimate le parti della costruzione che incidono sulla stabilità della stessa deposita una relazione sui vari adempimenti. (Non più a strutture ultimate)
Art. 65, c. 7 – Lo Sportello rilascia al direttore dei lavori, all’atto medesimo della presentazione, l’attestazione di avvenuto deposito, su una copia della relazione e provvede a trasmetterla al competente ufficio regionale. (Solo in questo momento)
Art. 93, c. 3 – Il progetto deve essere esauriente, secondo le tecniche di costruzione e la normativa specifica. (Non prevede più l’obbligo di allegare una relazione sui criteri e scelta della fondazione, i calcoli riguardanti il terreno, ecc.).
Art. 93, c. 4 – Il progetto deve essere accompagnato da una asseverazione del progettista circa la conformità delle opere alle norme tecniche in vigore e agli strumenti urbanistici.
Art. 93, c. 5 – Il preavviso scritto ed il deposito del progetto sostituiscono quelli già previsti dal citato art. 65 e sono validi anche agli effetti della denuncia dei lavori per opere di conglomerato cementizio armato, normale e precompresso ed a struttura metallica.
Art. 93/bis – Cambiano le caratteristiche degli interventi secondo la normativa sismica: (Rilevanti – Minore rilevanza – Privi di rilevanza), con la conseguenza dell’adozione di diverse procedure amministrative, in relazione appunto alla tipologia delle opere.
Saranno le regioni a predisporre per i comuni le linee guida con l’elencazione precisa degli interventi edili rientranti nella suddivisione di cui sopra, compreso la disciplina delle varianti in corso d’opera.
Controlli regionali
Le regioni possono istituire controlli anche con modalità a campione per gli stessi interventi, non soggetti ad autorizzazione sismica preventiva.
Conversione in legge
Il Decreto Legge n. 32 del 18 aprile 2019 (Salva Cantieri) dovrà essere convertito in legge entro il 16 giugno 2016.

Decreto Sblocca cantieri, ecco le principali modifiche al Codice appalti

Decreto Sblocca cantieri in arrivo il Regolamento unico, la procedura negoziata fino a 200.000 euro, il massimo ribasso fino alla soglia UE e tanto altro

Dopo l’ok del Consiglio dei Ministri, nella seduta n. 50 del 20 marzo 2019, è in circolazione la versione finale del decreto-legge Sblocca cantieri, in attesa dell’ok della Ragioneria e del Capo dello Stato.
Il decreto Sblocca cantieri è il provvedimento che introduce disposizioni urgenti che dovrebbero favorire la crescita economica e a dare impulso al sistema produttivo del Paese, mediante l’adozione di misure volte alla semplificazione del quadro normativo e amministrativo connesso ai pubblici affidamenti, concernenti, in particolare, la disciplina dei contratti pubblici.
Il testo finale contiene:
Capo I: Norme in materia di contratti pubblici, di accelerazione degli interventi infrastrutturali, e di rigenerazione urbana
Modifiche al codice dei contratti pubblici
Disposizioni sulle procedure di affidamento in caso di crisi di impresa
Disposizioni in materia di semplificazione della disciplina degli interventi strutturali in zone sismiche
Commissari straordinari, interventi sostitutivi e responsabilità erariali
Norme in materia di rigenerazione urbana
Capo II: Disposizioni relative agli eventi sismici nella regione Molise e dell’area etnea
Capo III: Disposizioni relative agli eventi sismici dell’Abruzzo nell’anno 2009, del Centro Italia negli anni 2016 e 2017 e nei comuni di Casamicciola Terme e Lacco Ameno dell’isola di Ischia nel 2017
Le modifiche al codice dei contratti pubblici
Le novità riguardano in particolare 79 modifiche al codice, tra cui:
le linee guida Anac ed i decreti attuativi (emanati ed ancora da emanare in attuazione del dlgs 50/2016) saranno sostituiti dal Regolamento unico; resteranno in vigore al massimo per 180 giorni dall’entrata in vigore del decreto legge
l’innalzamento da 150.00 a 200.000 euro della soglia che permette di affidare direttamente i lavori con procedura negoziata e invito ad almeno tre operatori, senza bandire la gara
il massimo ribasso è il criterio principale per l’aggiudicazione degli appalti oltre i 200.000 euro e fino alla soglia Ue (5,5 milioni per i lavori): ci sarà la procedura aperta, da aggiudicare con il criterio del prezzo più basso ed esclusione automatica delle offerte anomale. Verrà, quindi, eliminata la possibilità di procedere con procedure negoziate ad inviti che verranno sostituite sempre dalle gare (ora obbligatorie solo per quelle superiori ad 1 milione di euro
la soglia per gli affidamenti diretti da parte dei funzionari delle PA resta a 40.000 euro
la riapertura della finestra per gli appalti integrati per i progetti definitivi approvati entro il 31 dicembre 2020 e il bando deve essere pubblicato entro 12 mesi dall’approvazione del progetto
l’appalto integrato (gare su progetto definitivo) è previsto per i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, ad esclusione degli interventi che prevedono rinnovo o sostituzione della parti strutturali di opere e impianti
l’anticipazione del 20% del prezzo viene esteso a ogni tipo di appalto, anche ai servizi e forniture (prima era solo a vantaggio delle imprese di lavori pubblici)
l’innalzamento dal 30 al 50% della soglia, calcolata sull’importo complessivo del contratto, per affidare i lavori in subappalto
la cancellazione dell’obbligo di nominare una terna di subappaltatori con l’offerta e l’obbligo di dimostrare la presenza dei requisiti dei subaffidatari da parte degli offerenti
il pagamento diretto dei subappaltatori, ossia il pagamento diretto dei subaffidatari deve essere riconosciuto dalle stazioni appaltanti su richiesta dell’impresa
l’eliminazione del rito superaccelerato negli appalti, che imponeva di contestare subito ammissioni ed esclusioni e stabiliva una corsia accelerata per la decisione dei giudici
il ripristino degli incentivi 2% per i tecnici della PA
la possibilità per la stazione appaltante di verificare i requisiti solo dopo l’apertura delle offerte limitando il controllo al vincitore e
estendendolo a campione sugli altri concorrenti, se stabilito nel bando di gara
la possibilità di sostituire il Dgue con formulari standard nelle gare gestite con procedure telematiche, che dovrebbero risultare più semplici da compilare
l’eliminazione dell’obbligo di procedere tramite centrali di committenza, unioni di comuni o stazioni uniche appaltanti per i comuni non capoluogo in possesso della qualificazione di stazione appaltante. I Comuni non capoluogo potranno gestire da soli le procedure di gara di maggior rilievo, senza ricorrere a centrali uniche di committenza o stazioni uniche appaltanti
la possibilità per le stazioni appaltanti di nominare commissari di gara interni in caso di carenza di iscritti nell’albo gestito
dall’Anac
il termine massimo per il parere che il Clsp deve emettere sui progetti pubblici di competenza statale di importo superiore a 50 milioni di euro è ridotto a 60 giorni, dai 90 precedenti
le varianti di importo inferiore al 50% relative a progetti definitivi già approvati dal Cipe non dovranno essere rimesse di nuovo al Cipe ma potranno essere autorizzate direttamente dalla stazione appaltante
l’anticipazione dell’entrata in vigore di una serie di misure sulla partecipazione alle gare delle imprese in crisi.
Le modifiche introdotte entreranno in vigore solo dopo l’entrata in vigore del DL, ossia dopo la sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Decreto sblocca cantieri: cambieranno le distanze tra edifici?

Decreto sblocca cantieri e distanze tra edifici: proposta l’eliminazione del limite di 10 metri nei centri storici e nelle aree di trasformazione

Al fine di ridurre il consumo di suolo e favorire la riqualificazione urbana dei centri storici e delle zone già edificate, il decreto Sblocca cantieri prevede una serie di misure volte ad alleggerire i vincoli esistenti in materia di distanze minime tra edifici ed altezze massime.
Quindi, oltre alle possibili modifiche al Codice appalti, novità in arrivo anche in merito agli interventi di rigenerazione urbana promossi dai privati nei centri storici e nelle aree di trasformazione delle città.
In particolare all’art. 5 del testo della bozza in circolazione è previsto:
l’eliminazione dell’obbligo di rispettare la distanza minima di 10 m indicata nel dm 1444/1968 sugli standard urbanistici
l’obbligo in capo alle Regioni di indicare il quadro delle deroghe al dm 1444/1968
l’esclusione degli interventi di sostituzione edilizia dagli interventi di ristrutturazione edilizia
In base a quanto si legge al comma 2 art. 5 del provvedimento
Le disposizioni di cui all’articolo 9, commi secondo e terzo, del decreto del Ministro dei lavori pubblici, 2 aprile 1968, n. 1444, si interpretano nel senso che i limiti di distanza tra i fabbricati ivi previsti si considerano riferiti esclusivamente alla zona di cui al primo comma, n. 3), dello stesso articolo 9.
Ciò significa che i limiti di densità edilizia, altezza e distanza tra edifici, previsti dal dm 1444/1968, (tra i quali figura anche il rispetto della distanza minima di 10 metri tra pareti finestrate), saranno validi solo nelle zone omogenee C, ovvero quelle destinate a nuovi complessi insediativi.
Mentre per gli interventi di demolizione e ricostruzione bisognerà rispettare:
le distanze preesistenti
il volume originario
la coincidenza dell’area di sedime
e quindi, con tutta probabilità, si potrà ricostruire con una sagoma diversa e un’altezza maggiore.
Infine, le Regioni avranno l’obbligo (ad oggi la possibilità) di adottare regolamenti e disposizioni derogatorie al dm 1444/1968 e norme sugli spazi da destinare a insediamenti residenziali, produttivi, attività collettive, verde e parcheggi.

Smaltimento dei pannelli fotovoltaici, le istruzioni operative del Gse

Il Gestore Servizi Energetici ha elaborato le istruzioni operative per la gestione e lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici incentivati

Il GSE, gestore servizi energetici, ha pubblicato un documento relativo ai rifiuti RAEE, Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche, dal titolo: “Istruzioni operative per la gestione e lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici incentivati (ai sensi dell’art. 40 del dlgs. 49/2014)”.
I RAEE fotovoltaici
Viene ricordato in particolare che il dlgs n. 49/2014, in attuazione della Direttiva 2012/19/UE, disciplina la gestione e lo smaltimento dei RAEE, e all’art. 4, definisce i “rifiuti derivanti dai pannelli fotovoltaici” come:
i RAEE provenienti dai nuclei domestici, originati da pannelli fotovoltaici installati in impianti di potenza nominale inferiore a 10 kW.
Per lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici, quindi, si prospettano due soluzioni:
i pannelli installati in impianti di potenza inferiore a 10 kW, sono considerati rifiuti domestici e vanno trasferiti ai “Centri di Raccolta”
i pannelli fotovoltaici installati in impianti di potenza nominale superiore o uguale a 10 kW sono considerati, invece, RAEE professionali. Essi devono essere, per il tramite di un sistema individuale, collettivo, di soggetti autorizzati per la gestione dei codici CER o di un trasportatore, conferiti ad un impianto di trattamento autorizzato.
Si sottolinea che le Istruzioni Operative del GSE si riferiscono esclusivamente ai RAEE provenienti dagli impianti fotovoltaici ammessi ai meccanismi incentivanti del Conto Energia.
I RAEE fotovoltaici incentivati dal GSE
Per quanto concerne la gestione dei rifiuti prodotti dai pannelli fotovoltaici che beneficiano dei meccanismi incentivanti, come indicato all’art. 40, comma 3, del dlgs. 49/2014, il GSE trattiene dai meccanismi incentivanti negli ultimi dieci anni di diritto all’incentivo una quota finalizzata ad assicurare la copertura dei costi di gestione dei rifiuti prodotti da tali pannelli.
L’obiettivo è quello di garantire il finanziamento di operazioni ambientalmente compatibili nelle fasi di:
raccolta
trasporto
trattamento adeguato
recupero
smaltimento
La somma trattenuta, determinata sulla base dei costi medi di adesione viene restituita al detentore qualora sia accertato l’avvenuto adempimento degli obblighi previsti dal Decreto in oggetto.
Il GSE, accertato l’avvenuto smaltimento dell’impianto fotovoltaico, anche se verificatosi dopo la scadenza del periodo di incentivazione, restituirà la quota trattenuta al Soggetto che in quel momento è titolare dell’impianto.
Le Istruzioni Operative si applicano ai pannelli fotovoltaici degli impianti che beneficiano dei seguenti meccanismi incentivanti:
I Conto Energia (DM 28 luglio 2005 e DM 6 febbraio 2006)
II Conto Energia (DM 19 febbraio 2007)
III Conto Energia (DM 6 agosto 2010)
IV Conto Energia (DM 5 maggio 2011): gli impianti di cui al titolo II – impianti solari fotovoltaici – e titolo III – impianti fotovoltaici integrati con caratteristiche innovative – entrati in esercizio fino al 30 giugno 2012 e tutti gli impianti rientranti nel Titolo IV – impianti a concentrazione
V Conto Energia (DM 5 luglio 2012): gli impianti fotovoltaici integrati con caratteristiche innovative e impianti a concentrazione, ivi inclusi gli impianti solari fotovoltaici entrati in esercizio fino al 30 giugno 2012.
Le responsabilità in materia
Ai sensi dell’art. 188 del dlgs n. 152/2006, il produttore iniziale o il detentore dei rifiuti e, quindi, il Soggetto Responsabile in caso di pannelli fotovoltaici installati in impianti incentivati ai sensi del “Conto Energia” :
provvedono direttamente al loro trattamento
li consegnano a un intermediario, a un commerciante, a un ente, a un’impresa che effettua le operazioni di trattamento dei rifiuti o a un soggetto pubblico o privato addetto alla raccolta e al trattamento dei rifiuti.
Si precisa che, ai sensi della normativa vigente, il produttore iniziale o il detentore conserva la responsabilità dell’intera catena di trattamento, restando inteso che, qualora lo stesso trasferisca i rifiuti per il trattamento preliminare a uno dei soggetti consegnatari, tale responsabilità, comunque, permane.
Si ricorda infine che, ai sensi dell’art. 192 del D.lgs. 152/06, sono vietati l’abbandono e il deposito incontrollato di rifiuti e che chiunque violi tale norma, fermo restando l’applicazione delle sanzioni previste:
è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo.

Clicca qui per scaricare il documento del GSE

 

Rifacimento del tetto divelto dal vento: è sufficiente la SCIA

Tar Calabria: il rifacimento del tetto di copertura divelto dal vento è un’ipotesi di ristrutturazione di edificio crollato e non richiede il permesso di costruire
Un tetto divelto dal vento può essere messo a posto e ricostruito senza bisogno di chiedere il permesso di costruire: il chiarimento è contenuto nella sentenza 178/2019 del Tar Calabria del 22 marzo scorso, che ha incluso questo tipo di intervento nelle ristrutturazioni degli edifici crollati, aggiungendo un altro esempio all’ampia casistica delle ristrutturazioni edilizie ricostruttive.
Le ristrutturazioni edilizie ricostruttive
Si tratta, cioè, di una ristrutturazione edilizia particolare, e in tal senso i giudici amministrativi ricordano le diverse tipologie di intervento che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente:
la prima, non comportante demolizione del preesistente fabbricato e comprendente “il ripristino o la sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell’edificio, l’eliminazione, la modifica e l’inserimento di nuovi elementi ed impianti”;
la seconda, caratterizzata da demolizione e ricostruzione, per la quale è richiesta la stessa volumetria del fabbricato preesistente, fatte salve le sole innovazioni necessarie per l’adeguamento alla normativa antisismica (non è più richiesta l’identità di sagoma);
la terza, rappresentata dagli interventi “volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza”.
Ed è proprio il punto 3 quello che ci interessa nel caso di specie: perché sia necessario il rilascio del permesso di costruire occorre una modifica (parziale o totale) dell’organismo edilizio preesistente ed un aumento della volumetria complessiva; solo in questi casi, d’altra parte, l’intervento si caratterizza (in ossequio alla prescrizione normativa) come “trasformazione urbanistica ed edilizia del territorio”.
Nelle ipotesi, invece, di “ristrutturazione ricostruttiva” (come definita dalla giurisprudenza: Cons. Stato, sez. IV, 7 aprile 2015 n. 1763; 9 maggio 2014 n. 2384; 6 luglio 2012 n. 3970), a maggior ragione se con invarianza, oltre che di volume, anche di sagoma e di area di sedime, non vi è necessità di permesso di costruire.
Il tetto si può ricostruire, ma le tettoie nuove sono abusive
Il Tar, quindi, accoglie il ricorso contro l’ingiunzione a demolire emanata dal comune per i lavori di rifacimento della copertura di un manufatto delle complessive dimensioni ml. 20,70 x 15,30 nel quale risultano collocati diversi macchinari per la lavorazione del bergamotto. Tutto l’insieme risulta coperto da nuova struttura, realizzata in pannelli di lamiera coibentata sorretti da struttura in profilati metallici poggianti sulla muratura esistente e da n. 1 travatura reticolare di irrigidimento poggiante su profilato circolare in metallo.
Secondo i ricorrenti, la sostituzione della copertura preesistente con quella rinvenuta in occasione del sopralluogo, realizzata in pannelli di lamiera coibentata sorretti da struttura in profilati metallici poggianti sulla muratura esistente, si è resa necessaria a seguito di alcuni eventi calamitosi che hanno colpito la zona interessata, scoperchiando in parte il manufatto e rendendo necessario ed urgente l’intervento di ripristino. Quest’ultimo, pertanto, veniva eseguito nella prima metà dell’anno 2016 da [omissis], proprietario della particella sulla quale il fabbricato insiste. Tale intervento, secondo la difesa dei ricorrenti, non rientrerebbe tuttavia tra quelli per la realizzazione dei quali è necessario il permesso di costruire, stante che nel rifacimento della copertura divelta dal vento venne rispettata la sagoma dell’edificio preesistente. Ai sensi dell’art. 3 comma 1 lett. d) del dpr 380/2001, infatti, “Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell’edificio preesistente”.
In altri termini, i ricorrenti sostengono che l’intervento realizzato costituisca “ripristino di parte di edificio crollato” e che il comune abbia qualificato correttamente l’intervento eseguito in zona sottoposta a vincolo paesaggistico in termini di “ristrutturazione edilizia”, con l’effetto però di aver implicitamente accertato e riconosciuto che la sagoma dell’edificio preesistente è rimasta inalterata. Tanto premesso, continua la difesa dei ricorrenti, non tutti gli interventi di ristrutturazione edilizia necessitano del rilascio del permesso di costruire, ma solo quelli specificamente indicati dall’art. 10, comma 1, lett. c) dpr 380/2001 e quelli che portino ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente e che comportino modifiche della volumetria complessiva degli edifici o dei prospetti. Poiché nella specie, per quanto si è detto, la nuova copertura non ha comportato alcun mutamento nella sagoma dell’edificio, né alcun aumento volumetrico, non occorreva ottenere alcun previo permesso di costruire e, per l’effetto, la pur mancata segnalazione certificata di inizio attività avrebbe potuto essere sanzionata, al più, con l’irrogazione di una mera sanzione pecuniaria in luogo di quella ripristinatoria.
Ma il comune aveva ordinato la demolizione anche dei lavori di realizzazione di due tettoie con struttura in profilati metallici e pannelli di lamiera coibentata delle dimensioni rispettivamente pari a ml. 9,20 x 10,20 e ml. 6,60 x 8,60, entrambe poggianti per un lato su fabbricati esistenti e insistenti sulla particella [omissis]. Sotto la prima delle tettoie sopra descritte, ricadente nella corte del [omissis], risulta realizzato ulteriore manufatto di altezza media pari a ml. 2,45 e di dimensioni pari a ml. 4,20 x 2,10.
Secondo i ricorrenti, esse costituirebbero senza dubbio “pertinenze” poste al servizio di edifici già esistenti e legittimamente costruiti, sottratte, in quanto tali, al regime del permesso di costruire ed assoggettate, invece, a quello della denuncia di inizio attività, ai sensi dell’art. 22 del T.U.E.
Se per il primo caso, come abbiamo visto, il Tar ha dato ragione ai ricorrenti, diverso è il parere per le tettoie: appare infatti evidente, dalla documentazione versata in atti, come le tettoie in discorso siano state realizzate appoggiandole ad edifici preesistenti modificandone quindi la sagoma. Tale circostanza appare dirimente. Condivisibile giurisprudenza (da ultimo T.A.R. Catania sez. I 16/02/2018, n. 381), dalla quale non vi sono ragioni per discostarsi, evidenzia infatti che “gli interventi consistenti nell’installazione di tettoie o di altre strutture che siano comunque apposte a parti di preesistenti edifici … non possono … ritenersi installabili senza permesso di costruire allorquando abbiano dimensioni tali da arrecare una visibile alterazione del prospetto e della sagoma dell’edificio. In quest’ultimo caso, la realizzazione di una tettoia, indipendentemente dalla sua eventuale natura pertinenziale, è configurabile come intervento di ristrutturazione edilizia ai sensi dell’art. 3 comma 1, lett. D), D.P.R. n. 380 del 2001, nella misura in cui realizza l’inserimento di nuovi elementi ed impianti, ed è quindi subordinata ad regime del permesso di costruire, ai sensi dell’art. 10 comma 1, lett. C), dello stesso d.P.R. laddove comporti una modifica della sagoma o del prospetto del fabbricato cui accede”.

Conformità agli strumenti urbanistici: la responsabilità non è del costruttore

Cassazione: in caso di falsa attestazione sulla conformità agli strumenti urbanistici la responsabilità è del progettista e del proprietario, ma non del costruttore

Con la sentenza n. 11519/2019 della Corte di Cassazione viene trattato il caso di un abuso edilizio generato da un permesso di costruire ed un’autorizzazione paesaggistica illeciti poiché fondati su una falsa attestazione di conformità alle norme di legge ed agli strumenti urbanistici.
In particolare, vengono definite le responsabilità del progettista, dei proprietari e del costruttore.
I fatti in breve
I proprietari/committenti della realizzazione di una casa di civile abitazione in zona agricola vincolata ed il tecnico progettista, autore quindi delle relazioni allegate alle istanze, nonché direttore dei lavori, avevano richiesto ed ottenuto dal Comune un permesso di costruire ed un’autorizzazione paesaggistica.
I documenti contenevano una falsa attestazione di conformità, firmata dal tecnico, alle norme ed agli strumenti urbanistici.
I permessi del Comune e della Soprintendenza, indotti in errore, sono stati quindi illecitamente rilasciati perché affetti da falsità ideologica ed in contrasto con le previsioni normative ed urbanistiche.
Viene quindi prospettata una responsabilità concorsuale tra proprietari e progettista con il concorso anche del costruttore che aveva realizzato l’opera, peraltro in difformità dal progetto presentato.
Le false attestazioni del progettista prevedevano che la nuova volumetria edificata potesse essere realizzata laddove invece non era consentita dall’indice di fabbricabilità del fondo agricolo; inoltre, era stata ottenuta in base ad un illecito asservimento urbanistico (con cessione di cubature) di terreni distanti ed in assenza dei requisiti relativi ad un’edificazione connessa ad un’attività agricola.
La cessione di cubatura
I giudici ricordano che:
la cessione di cubatura è un istituto di fonte negoziale, la cui legittimità è stata ripetutamente avallata in sede giurisprudenziale in forza del quale è consentita, a prescindere dalla comune titolarità dei due terreni, la “cessione” della cubatura edificabile propria di un fondo in favore di altro fondo, cosicché, invariata la cubatura complessiva risultante, il fondo cessionario sarà caratterizzato da un indice di edificabilità superiore a quello originariamente goduto.
Onde evitare la facile elusione dei vincoli posti alla realizzazione di manufatti edili in funzione della corretta gestione del territorio, il ricorso a tale meccanismo è tuttavia soggetto a determinate condizioni, una delle quali, rilevante anche nella vicenda esaminata, è costituita dall’essere i terreni in questione, se non precisamente contermini, quanto meno dotati del requisito della reciproca prossimità, perché altrimenti, attraverso l’utilizzazione di tale strumento sarebbe possibile realizzare scopi del tutto estranei ed, anzi, contrastanti con le esigenze di corretta pianificazione del territorio.
Nel caso di specie dalle prove assunte risultava che i terreni accorpati erano tra loro assai distanti.
Le responsabilità
I giudici di Cassazione osservano, poi, che dall’esame della pratica edilizia si comprende che non solo il progettista ma anche i proprietari conoscevano perfettamente la normativa applicabile e che hanno coscientemente cercato di aggirarla cercando di conferire all’illegittimo accorpamento da cui derivava l’aumento della volumetria assentibile; una parvenza formale di legittimità nonostante l’assenza dei necessari requisiti.
Si pensi, a tal proposito, alla conclamata distanza tra i fondi e all’assenza di ogni collegamento tra il fabbricato assentito e l’attività agricola, quindi la loro responsabilità è indubbia.
In merito alla posizione del costruttore, per la Cassazione non ha alcun fondamento un sua responsabilità ed è incomprensibile il contestato profilo di colpa per non aver adeguatamente controllato la validità dei titoli. Non è logicamente spiegato come egli potesse rendersi conto della illegittimità delle attestazioni del tecnico.

Cambio destinazione d’uso sottotetto: serve il permesso di costruire!

Cassazione: il cambio destinazione d’uso del sottotetto, da vano tecnico ad uso residenziale, senza il permesso di costruire costituisce abuso edilizio

Con la recente ordinanza n. 9046/2019, la Corte di Cassazione interviene in merito ad un caso riguardante il cambio destinazione d’uso di un sottotetto.
In particolare, viene ribadito che se un intervento edilizio comporta il cambio di destinazione d’uso, da vano tecnico ad uso residenziale, serve sempre il rilascio del permesso di costruire, pena la responsabilità penale, in quanto l’intervento comporta una trasformazione radicale.
Il caso
Il caso in esame riguarda il ricorso proposto dal proprietario di un immobile che ha modificato la destinazione d’uso del sottotetto per finalità abitative, per rendere fruibile il locale sottostante.
La modifica è avvenuta in assenza della necessaria autorizzazione e il proprietario viene quindi accusato di abuso edilizio in quanto l’attività edilizia ha modificato in maniera radicale il vano, assegnandolo ad una diversa funzione all’interno dell’abitazione.
A detta del ricorrente, invece, non c’è stata alcuna modifica radicale del sottotetto, tanto che la destinazione del locale sarebbe rimasta la medesima anche a seguito dell’attività di costruzione.
Iter processuale
La Corte d’Appello ha confermato la sentenza del Tribunale di primo grado, che aveva condannato il cittadino alla pena di 2 mesi di arresto e 9 000 euro di ammenda, in quanto colpevole del reato di cui all’art. 44, lett. b), dpr 380/2001, nonché del reato di cui agli artt. 93, 94 e 95, riconoscendogli il beneficio della sospensione condizionale della pena subordinato al ripristino dello stato dei luoghi.
La Cassazione osserva che nel rendere fruibile il locale sottotetto attraverso l’abbassamento del piano di calpestio e la predisposizione di impianti elettrici, si ha una vera e propria modifica della destinazione d’uso.
Quanto alla necessità del permesso di costruire in relazione al mutamento della destinazione d’uso del sottotetto per finalità abitative, gli ermellini osservano che correttamente i giudici di appello richiamano la consolidata giurisprudenza della Corte secondo cui:
la destinazione abitativa di un sottotetto, che secondo gli strumenti urbanistici aveva soltanto una funzione tecnica, costituisce mutamento di destinazione d’uso per il quale è necessario il rilascio preventivo del permesso di costruire, atteso che la variazione avviene tra categorie non omogenee ( Sez. 3, n. 17359 del 08/03/2007 – dep. 08/05/2007, P.M. in proc. Vazza, Rv. 236493).
Volumi tecnici
I giudici supremi chiariscono, inoltre, che per l’identificazione dei volumi tecnici va fatto riferimento ai seguenti 3 parametri:
il primo di tipo funzionale, dovendo sussistere un rapporto di strumentalità necessaria del volume tecnico con l’utilizzo della costruzione;
il secondo riguarda l’impossibilità di elaborare soluzioni progettuali diverse all’interno della parte abitativa, per cui tali volumi devono essere ubicati solo all’esterno;
il terzo, infine, la necessaria proporzionalità fra le esigenze edilizie ed i volumi, che devono limitarsi a contenere gli impianti serventi della costruzione principale e devono essere completamente privi di una propria autonomia funzionale, anche solo potenziale.
Nel caso in esame, la natura delle opere realizzate all’interno del sottotetto dimostrava inequivocabilmente la modifica della destinazione d’uso e la sua trasformazione in unità abitativa; dagli elementi individuati si ha che:
la realizzazione di il locale sottotetto con vani distinti e comunicanti con il piano sottostante mediante una scala interna, rende evidente la finalità abitativa del locale sottotetto;
il locale sottotetto, è fornito di impiantistica elettrica e televisiva, di impiantistica idraulica e di riscaldamento in fase di completamento;
l’area completamente pavimentata ad eccezione di un piccolo locale, la cui destinazione alla realizzazione di un bagno è dimostrata dalla presenza di impiantistica idraulica.
Pertanto, l’abuso edilizio effettivamente sussiste.
Richiamando sul punto la consolidata giurisprudenza amministrativa, si conclude che:
per la normativa edilizia (art. 3 comma 1, lettere a e c del T.U. n. 380 del 2001, in combinato disposto con l’art. 10 comma 1, lett. c e con l’art. 23-ter del medesimo T.U.), le opere interne e gli interventi di ristrutturazione urbanistica, come pure quelli di manutenzione straordinaria, di restauro e di risanamento conservativo, necessitano del preventivo rilascio del permesso di costruire ogni qualvolta comportino mutamento di destinazione d’uso tra due categorie funzionalmente autonome (v., tra le tante: T.A.R. Roma, (Lazio) sez. II, 04/04/2017, n.4225).

Sì alla demolizione della tettoia per auto senza permesso di costruire

Tar Puglia: ok alla demolizione di una tettoia box auto di ampie dimensioni senza il permesso di costruire, non si tratta di struttura precaria ma stabilmente utilizzata

Per realizzare una tettoia in ferro ad uso deposito autovetture ed un manufatto ad uso ufficio serve preventivamente il rilascio del permesso di costruire.
A chiarirlo, la sentenza del Tar Puglia n. 171/2019.
Il fatto
Un Comune ingiungeva un ordine di demolizione nei confronti di un privato per la realizzazione di manufatti senza il permesso di costruire: in particolare l’ordine di demolizione riguardava:
la realizzazione di una tettoia in ferro ad uso deposito autovetture, avente superficie interna di quasi 200 m², con pavimentazione in battuto di cemento;
l’installazione di un manufatto prefabbricato in pannelli coibentati ad uso ufficio, con annessa pensilina poggiata ad angolo su un pilastrino in ferro.
Il proprietario avanzava ricorso al Tar in quanto, secondo lui, si tratterebbe di interventi di edilizia libera o rientranti tra quelli che il dpr 380/2001 assoggetta ora al regime della DIA, con conseguente applicazione della sanzione pecuniaria prevista dall’art. 37.
Sentenza del Tar Puglia
Secondo il Tar il ricorso è infondato e va respinto. Le opere edilizie abusive in esame costituiscono strutture non precarie, ma stabilmente utilizzate come deposito o ambiente di lavoro soggette al regime del permesso di costruire.
Infatti, ai sensi dell’ex art. 3, lett. e.5) del DPR 380/2001 sono comunque da considerarsi interventi di nuova costruzione:
l’installazione di manufatti leggeri, anche prefabbricati, e di strutture di qualsiasi genere (…) che siano utilizzati come abitazioni, ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, ad eccezione di quelli che siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee o siano ricompresi in strutture ricettive all’aperto per la sosta e il soggiorno dei turisti, previamente autorizzate sotto il profilo urbanistico, edilizio e, ove previsto, paesaggistico, in conformità alle normative regionali di settore.
La precarietà dell’opera
Come da consolidato orientamento giurisprudenziale, continuano i giudici amministrativi, la precarietà dell’opera, che esonera dall’obbligo del possesso del permesso di costruire, postula un uso specifico ma temporalmente limitato del bene.
Ai fini della ricorrenza del requisito della precarietà di una costruzione, che esclude la necessità del rilascio di un titolo edilizio, si deve prescindere dalla temporaneità della destinazione soggettivamente data dal manufatto dal costruttore e si deve, invece, valutare l’opera alla luce della sua obiettiva ed intrinseca destinazione naturale, con la conseguenza che rientrano nella nozione giuridica di costruzione, per la quale occorre la concessione edilizia, tutti quei manufatti che, anche se non necessariamente infissi nel suolo o pur semplicemente aderenti a questo, alterino lo stato dei luoghi in modo stabile, non irrilevante e non meramente occasionale (ex multis T.A.R. Campania – Napoli 10.6.2011 n. 3114).
Per individuare la natura precaria di un’opera, si deve quindi seguire il criterio funzionale e non strutturale.
Pertanto, qualora un’opera è realizzata per soddisfare esigenze che non sono temporanee non può beneficiare del regime proprio delle opere precarie anche quando le opere sono state realizzate con materiali facilmente amovibili (Consiglio di Stato, Sez. VI, n. 1291 del 1° aprile 2016), come nel caso in esame.
Infine, viene evidenziato che produce trasformazione urbanistica ogni intervento che alteri in maniera rilevante e duratura lo stato del territorio, “a nulla rilevando l’eventuale precarietà strutturale e l’amovibilità, ove ad essa non si accompagni un uso assolutamente temporaneo e per fini contingenti e specifici” (T.A.R. Puglia, Lecce, Sezione I, 17/07/2018, n. 1174).

Piscina pertinenziale: è realizzabile anche in zona agricola

Tar Sicilia: una piscina costituisce in generale opera pertinenziale che non implica consumo dei suoli per le sue caratteristiche
Una piscina pertinenziale è perfettamente compatibile con la zona agricola in quanto la giurisprudenza pacificamente riconosce l’assentibilità, in quanto pertinenziale rispetto ad edificio residenziale di una piscina realizzata in zona agricola, finanche in sede di sanatoria (T.A.R. Puglia, Lecce, sez. I, sentenza n. 931/2018).
E’ questa l’importante precisazione contenuta nella sentenza 433/2019 dello scorso 14 febbraio del Tar Sicilia (Catania), che ha accolto il ricorso contro il provvedimento di una Soprintendenza per i beni culturali ed ambientali che aveva concesso il nulla osta per il “progetto relativo ai lavori di sistemazione esterna, realizzazione piscina, modifiche interne ed apertura finestre, pertinenti ad un fabbricato destinato a civile abitazione”, prescrivendo però che la piscina interrata dovesse essere realizzata “esclusivamente in zona omogenea ‘B2’ del Piano Comprensoriale del Comune di…”.
Per il Tar, ciò che appare dirimente – sul piano sostanziale – è che anche ove la prescrizione medesima avesse inteso riferirsi alla zona qualificata come B3, essa sarebbe affetta dal dedotto sviamento.

I poteri e i limiti della Soprintendenza
La Soprintendenza – continuano i giudici catanesi – ha infatti condizionato la compatibilità paesaggistica della piscina per un verso – in modo del tutto conforme al relativo paradigma normativo, e alla causa del relativo potere – a modifiche progettuali (non impugnate) incidenti sull’aspetto estetico-culturale dell’opera (“le pareti ed il fondo vengano rifinite con intonaco costituito da sabbia e cemento additivato con resina epossidica, nelle giuste proporzioni e ultimati con ‘pastella di cemento’ colorata con ossidi minerali nella tonalità delle terre naturali o, in alternativa, con malta colorata preconfezionata cementizia osmotica nello stesso colore del terreno circostante”); e, per altro verso, alla contestata traslazione in diversa zona urbanistica.
Quest’ultima prescrizione, oltre a non essere motivata, e ad essere comunque di dubbia ragionevolezza e logicità sotto il profilo della cura dell’interesse pubblico (alla tutela del paesaggio) cui è correlata la causa del potere esercitato (alla luce del fatto che essa comporterebbe uno spostamento di soli metri 1,30), appare in ogni caso viziata da un uso del potere preordinato alla cura di interessi diversi (nella specie, urbanistici) rispetto a quello portato dalla norma attributiva. Va infatti rammentato che “la tutela paesaggistica, siccome garantita dall’art. 9 della Costituzione, si giustifica non per il dato fisico in sé, ma per i valori estetico-culturali di cui esso è portatore” (T.A.R. Sicilia, Palermo, sentenza n. 150/2015).
I poteri volti all’accertamento della compatibilità urbanistica e paesaggistica di un’opera, ancorché incidenti sul medesimo ambito territoriale, appartengono ad autorità diverse e soprattutto sono funzionali alla cura di interessi diversi (il primo all’ordinato governo del territorio, il secondo alla tutela della identità estetico-culturale dei siti).
La Soprintendenza, in definitiva, nell’escludere la realizzabilità della piscina in zona agricola, e nel richiederne lo spostamento in zona residenziale senza alcuna motivazione che evidenziasse la sussistenza di possibili ragioni di tale scelta sul piano della complessiva conformazione estetico-culturale dell’area, si è arrogata un potere di natura urbanistica, di competenza di altra autorità.

Piscina realizzata in zona agricola: la pertinenzialità
Tra l’altro, come pure dedotto in ricorso, per costante indirizzo giurisprudenziale (cui aderisce questo T.A.R. almeno a partire dalla sentenza n. 1253/2012, nella quale si è affermato che “una piscina costituisce in generale opera pertinenziale che non implica consumo dei suoli per le sue caratteristiche”), anche da un punto di vista urbanistico la realizzazione di piscine interrate in zona agricola è conforme alla disciplina di piano. Tanto che la giurisprudenza pacificamente riconosce l’assentibilità, in quanto pertinenziale rispetto ad edificio residenziale (elemento incontestato nella fattispecie dedotta, e peraltro risultante documentalmente), della piscina realizzata in zona agricola, finanche in sede di sanatoria (T.A.R. Puglia, Lecce, sez. I, sentenza n. 931/2018): il che a fortiori induce a ritenere legittima la sua realizzazione in sede di rilascio del titolo abilitativo.
Non vale poi considerare, in relazione alla specifica fattispecie dedotta, la circostanza che alcune delle pronunce richiamate in ricorso si riferiscono a piscine prefabbricate, dal momento che le piscine interrate (quale quella oggetto del presente giudizio) presentano un impatto paesaggistico sicuramente minore.
In definitiva, il provvedimento della Soprintendenza è dunque doppiamente illegittimo: sia perché costituisce esercizio del potere di valutazione paesaggistica facendosi carico, con sviamento dalla causa tipica di detto potere, di una valutazione di tipo esclusivamente urbanistico; sia perché quest’ultima valutazione è comunque in contrasto con il relativo paradigma normativo alla stregua dell’indirizzo giurisprudenziale che si è richiamato.

Varianti essenziali al progetto originale: serve il permesso di costruire

Tar Campania: le varianti essenziali sono soggette al rilascio di permesso a costruire del tutto nuovo ed autonomo, rispetto a quello originario
Quali sono le differenze tra varianti edilizie in senso proprio e varianti edilizie essenziali? Notevoli e soprattutto determinanti per il diverso titolo edilizio corrispondente: la recente sentenza 204/2019 del Tar Campania (Salerno) fornisce in tal senso spunti molto interessanti e chiarimenti fondamentali.
L’oggetto del contendere è dato dal ricorso di alcuni comproprietari di un’unità abitativa, secondo i quali il comune aveva illegittimamente assentito, in zona “B” del vigente P. R. G., un intervento di nuova costruzione, con completamento del primo piano (secondo livello) e realizzazione di un terzo livello, con copertura a falda inclinata, in asserita palese violazione delle prescrizioni di zona.
Nello specifico il progetto in esame era stato assentito con permesso di costruire gratuito (senza oneri di urbanizzazione), quale mero “completamento fabbricato per civile abitazione”; in realtà, sia dalla relazione tecnica d’accompagnamento al progetto, sia dagli elaborati grafici, si desumeva che l’intervento consisteva, tra l’altro, nella sopraelevazione del fabbricato, comportante modifica delle altezze e aumento di cubatura; in particolare, s’era al cospetto di un’edificazione, ex novo, del terzo livello, comportante incremento d’altezza e di volumetria, nonché modifica dei prospetti, posto che il fabbricato in questione si sviluppava su due livelli, con copertura piana a lastrico, di cui il primo, a piano terra, di proprietà aliena, e il secondo, al primo piano, di proprietà del controinteressato.
Il permesso di costruire impugnato assentiva la realizzazione di un terzo livello, con copertura a falda inclinata, avente caratteristiche abitative e, comunque, comportante realizzazione di ulteriore volumetria, viste le concrete caratteristiche di tale sopraelevazione. C’era, quindi, una palese variante edilizia. Di che tipo?
Varianti in edilizia: conta la correlazione col progetto originario
I giudici campani specificano che, “mentre le “varianti in senso proprio”, ovvero le modificazioni qualitative o quantitative di non rilevante consistenza rispetto al progetto approvato, tali da non comportare un sostanziale e radicale mutamento del nuovo elaborato rispetto a quello oggetto di approvazione, sono soggette al rilascio di permesso in variante, complementare ed accessorio, anche sotto il profilo temporale della normativa operante, rispetto all’originario permesso a costruire, le “varianti essenziali”, ovvero quelle caratterizzate da incompatibilità quali–quantitativa con il progetto edificatorio originario rispetto ai parametri indicati dall’art. 32 TUE, sono soggette al rilascio di permesso a costruire del tutto nuovo ed autonomo rispetto a quello originario e per il quale valgono le disposizioni vigenti al momento di realizzazione della variante” (Cassazione penale, Sez. III, 13/06/2018, n. 34148).
L’art.32 del dpr 380/2001, citato nella massima, considera varianti essenziali, al comma 1 lett. b), quelle che comportano un “aumento consistente della cubatura o della superficie di solaio da valutare in relazione al progetto approvato, come peraltro si è verificato nel caso di specie, essendosi prevista, a tacere d’altro, la sopraelevazione di un piano, mansardato, in più, la quale rileva, quindi, nel senso di determinare l’illegittimità del vecchio permesso di costruire, indipendentemente dalla sua – del resto, verosimile – destinazione abitativa.”
Stabilito, pertanto, che le varianti essenziali “sono soggette al rilascio di permesso a costruire del tutto nuovo ed autonomo, rispetto a quello originario e per il quale valgono le disposizioni vigenti al momento di realizzazione della variante”, viene meno la suggestiva tesi difensiva del comune, fondata, viceversa, sulla stretta correlazione, a suo dire esistente tra i titoli abilitativi de quibus, in virtù della quale il secondo si sarebbe limitato a sovrapporsi alla c. e. originaria, non richiedendo più, quindi, la verifica (nell’attualità) circa il rispetto dei limiti di cubatura, previsti dalle N. T. A. del P. R. G.

« Older posts